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Un ineguagliato genio del pallone

Leoncarlo Settimelli
L'allenatore errante
Storia dell'uomo che fece vincere cinque scudetti al Grande Torino
Arezzo, Editrice Zona, 2006
Scheda

Tra le squadre di calcio italiane, ce n'è una - il Torino - che può vantare, tra i molti primati, d'aver vinto cinque scudetti consecutivi, negli anni più terribili e al tempo stesso esaltanti della nostra storia: 1942-43, 1945-46 (i due campionati precedenti non furono disputati, per via della guerra), 1946-47, 1947-48, 1948-49. Quest'ultimo fu assegnato "d'ufficio": i granata erano già matematicamente campioni d'Italia quando - di ritorno da Lisbona per un'amichevole - l'aereo sul quale viaggiavano, un trimotore Fiat 202, si schiantò contro la collina di Superga. Era il pomeriggio del 4 maggio 1949. Il bilancio di quella tragedia fu di trentuno morti, nessun superstite. A bordo, ovviamente, c'era anche l'artefice di quella ininterrotta serie di trionfi, ch'erano valsi alla squadra l'appellativo di "Grande Torino": un ineguagliato genio del pallone, l'allenatore Ernest "Egri" Erbstein. Ebreo ungherese, immigrato in Italia nel 1919, costretto ad abbandonare il nostro paese nel 1938 con l'avvento delle leggi razziali, fortunosamente scampato alla barbarie nazista, 51 anni, sposato e con due figlie. Eppure, Erbstein è un nome dimenticato, la sua immagine appare raramente anche nelle foto ufficiali. Perché?

Gigi Meroni

Nando Dalla Chiesa
La farfalla granata
La meravigliosa e malinconica storia di Gigi Meroni il calciatore artista
Arezzo, Limina, 1995

La storia di un uomo, di un campione e di una generazione. Una grande storia d'amore. Gigi Meroni è stato nel calcio il maggiore e forse l'unico interprete della domanda di libertà che ha investito l'universo giovanile negli anni Sessanta. Gigi Meroni il personaggio inquieto e complesso intorno al quale viene fatto ruotare, attraverso il mondo del calcio di quegli anni, lo scenario in movimento di un'intera generazione, con i suoi idoli e le sue culture, anche musicali. Un punto di osservazione che, in un grande amarcord collettivo, consente di abbracciare la generazione che diventa adulta tra il 1962 e il 1967, tra il mito di Marilyn Monroe e quello di Che Guevara.

The story of a man, of a champion and of a generation. A great love story. Gigi Meroni was the greatest and maybe the only one footballer that was in search of liberty just like the other young people in the Sixties. He was a complex and restless personage. Football was his world and his experiences will lead you into the changing world of a whole generation, its myths, music and culture. A good observing point for the generation who grew up between 1962 and 1967, between Marilyn Monroe and Che Guevara's myths.

Bernardini

Marco Impiglia
Fulvio Bernardini
Il Dottore del calcio italiano
Roma, Kollesis, 1913
Scheda

Una vita dedicata al football, quella di Fulvio Bernardini (Roma 1905-1984). Talmente ricca di successi da meritare le Hall of Fame della FIGC, Roma e Fiorentina. Il Dottore del calcio italiano - o "dottor Pedata", come lo chiamava il critico Gianni Brera - ha stupito da calciatore per l'intelligenza superiore. Da giornalista è stato un pasdaràn del "sistema", tattica spregiudicata che aborriva il contropiede all'italiana. Come allenatore ha vinto scudetti con la Fiorentina (1956) e il Bologna (1964), più una Coppa Italia con la Lazio. Ha guidato la Sampdoria e poi la Nazionale negli anni '70, lanciando talenti come Francesco Rocca, Marcello Lippi, Giancarlo Antognoni, Roberto Bettega, Gaetano Scirea, Francesco Graziani e Marco Tardelli. Un lavoro che spianò la via ai trionfi di Enzo Bearzot. Sua la definizione "giocatore dai piedi buoni", ancora usata perfino nel gergo politico. Introduzione di Italo Cucci.

La Saeta Rubia

Vincenzo Lacerenza
Alfredo Di Stefano
Vita e prodezze della Saeta Rubia
Praga, Urbone Publishing, 2016
Scheda | Indice, presentazione e prologo

Per il nonno era lo “Stopita”, mentre per i ragazzini del barrio, data la somiglianza fisica e tecnica con un calciatore del River piuttosto popolare in quegli anni, era diventato il “Minellita”. Per tutti, invece, Alfredo Di Stefano, è semplicemente stato la “Saeta Rubia”, iconico apodo coniato dal brillante giornalista Roberto Neuberger ai tempi del River Plate. Sangue italiano, francese e irlandese nelle vene, quella pelota, iniziata a prendere a calcioni tra le viuzze millenarie di Barracas, lo ha ben presto portato in alto. Cresciuto nel River della “Maquina”, all'ombra di un'atomica delantera di cui Pedernera era il leader indiscusso, in quegli anni alla corte di Cesarini, Peucelle e Minella ha temprato carattere e forgiato stile di gioco. Nel '49, uno sciopero lo ha catapultato ai Millonarios di Bogotà, nella Colombia dell'El Dorado. Dal Monumental al Campin. Fiumi di denaro, vita da favola, e carrettate di reti e titoli con il Ballet Azul. Poi, nel '52, un torneo amichevole a Madrid fece scoccare la scintilla con il Vecchio Continente: Bernabeu e Samitier ne restarono folgorati. Barcellona e Real Madrid si faranno la guerra. Alla fine la spunteranno le Merengues: a detta degli azulgrana, aiutati da qualcuno molto in alto. Cambierà la storia. Il Real Madrid dell'ambizioso Bernabeu, a secco di titoli da più di vent'anni, diventerà la squadra più forte e temuta del continente e del globo. L'impatto della Saeta sull'Europa e la Spagna sarà devastante. Con il suo stile unico e inimitabile, Alfredo Di Stefano, todocampista e malabarista - come lo apostroferà più tardi Malevaje in un tango a lui dedicato - a dispetto di quel nove portato sulle spalle con nonchalance, rivoluzionerà il modo di intendere il calcio a Chamartin: basta zapatazos, da adesso alla pelota si da del tu. Otto Liga, una Copa del Rey, ma soprattutto cinque Coppe dei Campioni tutte d'un fiato, sulle quali la Saeta Rubia apporrà la propria inconfondibile griffe, andando a segno in tutte e cinque le finali. Acquisirà la nazionalità spagnola e vestirà, dopo quelle di Argentina e Colombia, anche la prestigiosa casacca delle Furie Rosse. Perseguitato dalla sfortuna, però, dovrà rinunciare a coronare il sogno più grande, quello di disputare un Mondiale. Imprendibile, professionista indefesso, coinvolgente come un bandoneonista e audace come Martin Fierro, l'asso di Barracas è stato, a detta di molti, il più grande di sempre. Con buona pace di Pelè e Maradona.

Mio Capitano

Nando Dalla Chiesa
Capitano, mio Capitano
La leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro
Arezzo, Limina, 2005 (nuova edizione)
Scheda

Capitano dell'Inter leggendaria degli anni Sessanta. Interprete più grande al mondo, anzi interprete per antonomasia, del ruolo del libero, ultimo baluardo davanti al portiere in cento battaglie seguite con il cuore in gola da milioni di spettatori. Leader tattico ma soprattutto umano e morale della sua squadra. Sindacalista coraggioso e altruista quando i calciatori erano privi di diritti. Armando Picchi l'esempio, uno dei pochi nella storia del calcio, del campione che conosce e difende con coerenza i grandi valori che nutrono le società civili: il rispetto degli altri, il coraggio delle proprie scelte, lo spirito di indipendenza, la serietà professionale, la solidarietà, l'amicizia, il senso profondo delle proprie radici. Livornese purissimo, una famiglia di marinai, un nonno anarchico e un nonno repubblicano costretto all'esilio, egli portò nella Grande Inter di Herrera e di Moratti tutto lo spirito ribelle e irriverente, ma anche combattivo e indomabile, ereditato dalla sua terra e dalla sua famiglia. E di quello spirito fece il cemento morale fortissimo della prima squadra italiana che vinse tutto al mondo, vanto della Milano capitale della nuova società industriale. Per questo suo carisma, Picchi entrò in contrasto con il Mago, Helenio Herrera, che pure lo aveva voluto capitano. Stessa passione totale per il calcio, stessa voglia di vincere sempre, i due differivano per la visione che avevano del calcio, del denaro e della vita. Il capitano con la patria e l'allenatore senza patria si guardarono alla fine in faccia e non si piacquero. Vinse il pi forte. Picchi venne trasferito a una squadra di provincia, il Varese. E di lì continuò a meritarsi la Nazionale, dalla quale era stato a lungo escluso (fino alla disfatta con la Corea) per le polemiche del suo ruolo. La sua carriera di calciatore fu stroncata proprio da un incidente nella squadra azzurra alla vigilia della vittoria negli europei del '68. Ricominciò da allenatore. Dopo una brillante e breve esperienza al Livorno, lo volle la Juve di Boniperti e Allodi. Sembrò la sua rivincita su una storia che non gli aveva risparmiato le amarezze. Sposato con una modella bellissima, allenatore più giovane della serie A nella squadra più popolare d'Italia che partiva verso un ciclo di scudetti, per qualche mese rappresentò, invidiato e ammirato, lo svecchiamento del mondo del calcio. Lo prese d'improvviso un tumore che lo immobilizzò alle gambe. Accettò questa fine dopo l'ultima battaglia: La vita mi ha dato tanto disse, ma tutto maledettamente in fretta. Quando morì, Livorno, la sua città lo salutò come si salutano gli eroi. La storia dà spazio all'immaginazione sociologica e alla dimensione extracalcistica del racconto: dalla bella metafora del popolo delle camicie bianche, di cui Armando Picchi è oggi il simbolico Capitano a quella del guerriero zoppo attinta alla mitologia indoeuropea e che percorre come un filo rosso tutta la narrazione.



He was the Captain of the legendary Inter team of the sixties. He was the greatest libero in the world, the last defence in front of the goalkeeper in hundreds of matches. He was not only the tactic, but also the human and moral leader of the team. He was a courageous and altruistic trade unionist when footballers had no rights at all. He is one of the few examples in the history of football that knows and defends the great values of society with coherence: respect for the others, courage of our choices, spirit of independence, professional reliability, solidarity, friendship and deep sense of our roots. He was from Leghorn and his family of sailors had lived there for generations. One of his grandfathers was an anarchist, the other one a republican obliged to go into exile. So he brought the rebellious, irreverent, but also pugnacious spirit he had inherited to the Great Inter team of Herrera and Moratti. His spirit became the moral link of the first Italian team that won all possible cups and was the pride of Milan, capital of the new industrial society. For this reason he had some contrasts with Helenio Herrera, the Magician, that anyway had made him captain. They shared the same total passion for football and they both wanted to win always, but they had a different vision of football, money and life. The captain with a home and the coach without it looked each other in the eyes and did not like each other. It was the strongest to win. Picchi was transferred to Varese, a much smaller town. But he still played in the national team from which he had been long excluded (until the defeat versus the Corean team) because of his particular role. His career of footballer was cut short by an accident in the Italian team just before the victory of the European Cup in 1968. He started all over again as a coach. After a short but successful experience with the Leghorn team, he was called to train Boniperti and Allodi's Juventus. It was his revenge. His life had been full of disappointments. He was married to a wonderful fashion model, he was the youngest coach in the first division, his team was the most popular in Italy and was going to win several championships, so he has represented a new era in the football world for some months. A sudden cancer blocked his legs. He accepted this end saying: Life gave me a lot, but too in a hurry. When he died, Leghorn, his town, bad the last farewell to him as if he were a hero. The story gives space to the sociological dimension too. In fact, there are two nice metaphors; the first one of the people in white shirts, of whom Armando Picchi is now their symbolic Captain, and the second one of the lame warrior borrowed from the Indo-European mythology.

Pedalada

Fabio Campisi
Amedeo Biavati. Il mito del doppio passo
Bologna, Minerva Edizioni, 2014
Scheda

Biavati, insieme a Schiavio, è l’unico bolognese ad aver vinto un campionato del Mondo e, ancora oggi, è fra i primi giocatori della storia del Bologna Football Club. Parlare del Grande Campione Medeo è come tuffarsi nella storia della città di Bologna. Le sue origini (Budrio) segnate da povertà, preoccupazione, privilegi, ma anche destino, ne hanno condizionato la vita dal fisico esile e per certi versi insolito per uno sportivo. Ma il "Doppio passo" lo rese celebre, era conosciuto ed elogiato ovunque fino al punto di soprassedere sulla sua chiacchierata vita privata.

The key man

John Harding
Alex James
Life of a football legend
Derby, Derby Books, 2010
Scheda

When a diminutive Scottish footballer from a tough mining village became the kingpin in Herbert Chapman's legendary Arsenal line-up between the wars, he set the seal on a footballing career that is still talked about today. Arguably the finest inside forward of all time, the official history of the Football Association describes him as, 'a little midfield genius'. 'No-one like him ever kicked a ball', George Allison, who succeeded Herbert Chapman as Arsenal manager, said. 'He simply left the opposition looking on his departing figure with amazement'. From his deep-lying inside-forward position, James was the creative hub of the classic Arsenal team of the 1930's, collecting the ball from defenders, then spraying passes to either wing. One of Scotland's 'Wembley Wizards' who humiliated England 5-1 at Wembley, two years later he helped Arsenal win the FA Cup for the first time. "The Times" reported: 'The skill and bold tactics of James that turned the scale in favour of his side'. But James also had a knack of making his name known outside footballing circles. 'Wee Alex' was a genius with his feet, a comedian with baggy shorts and flapping shirt sleeves, who could set the crowd in a roar, an argumentative and sometimes stubborn man with a ready wit and a talent for publicity. James' often difficult life and his dazzling career are recounted here in lively detail - from his first boots (bought by an elder brother) and the struggle towards his first professional games with Raith Rovers in 1922, to the magic moment when Herbert Chapman signed him up for Arsenal for the princely sum of GBP 9,000 - an action that bound him to the club, then the epitome of footballing glamour, even after Chapman's death and his own retirement from first-class football. In this lively, profusely illustrated biography, John Harding has drawn on the recollections of men and women who knew James well, both on and off the pitch, as well as writers and journalists down the years, to vividly recreate the life and times of a remarkable man and one of the greatest players in the history of the game.

Storia di un italiano

Mauro Grimaldi
Vittorio Pozzo.
Storia di un italiano
Prefazione di Antonio Ghirelli
Roma, Società Stampa Sportiva, 2001
In biblioteca

Di questo libro su Pozzo, il giovane studioso mi aveva parlato a Pontremoli, l'estate scorsa, in occasione di un incontro per l'assegnazione dei premi "Bancarella Sport", uno dei quali andò a Grimaldi per il saggio sul "ras" del fascismo bolognese. Proprio per la serietà e l'accortezza con cui egli aveva condotto quel lavoro, non sono rimasto sorpreso  scorrendo le pagine della "Storia di un italiano". In effetti, la biografia dell'ex-commissario tecnico della Nazionale due volte campione del mondo ed una volta olimpica nel giro di quattro soli anni, tra il 1934 e il 1938, equivale ad un esemplare ritratto a tutto tondo di un personaggio davvero unico nella storia del nostro sport in termini di levatura morale, nobiltà di ideali e serietà professionale. Per rendere l'idea di chi sia stato Pozzo basterebbe forse ricordare che, dal momento in cui accettò l'incarico dal presidente della federazione al giorno in cui, quasi vent'anni dopo, lo lasciò, egli accettò soltanto il rimborso delle spese, rifiutando ogni sorta di onorario, stipendio o premio in denaro mentre continuava, sia pure con comprensibili difficoltà e non lievi sacrifici, la sua attività professionale come funzionario della Pirelli e autorevole collaboratore della "Stampa", testata che servì fino alla tarda vecchiezza con rigore critico assoluto ed una prosa che pareva scolpita nel bronzo tanto era lapidaria, severa ed efficace. Ma il pregio di questo saggio del nostro giovane amico non sta soltanto nella straordinaria complessità del ritratto di Pozzo quale ci dà nelle sue pagine. In questo libro c'è qualcosa di più. Grimaldi è riuscito a dimostrare, senza averne l'aria, che anche il calcio è una cosa seria, oltre ad essere un gioco bello e divertente, e a spiegarci con esemplare chiarezza come faceva Vittorio Pozzo a gestirlo seriamente.

Antonio Ghirelli

L'inventore del Bayern

Dirk Kämper
Kurt Landauer
Der Mann, der den FC Bayern erfand. Eine Biografie 
Zürich, Orell Füssli, 2014
Scheda


Kurt Landauer war 1913/1914, von 1919 bis 1933 sowie von 1947 bis 1951 Präsident des FC Bayern. Er führt ihn 1932 zur ersten Deutschen Meisterschaft, doch fast im selben Moment wird sein Lebenswerk zerstört. Landauer wird – wie fast alle Juden – entrechtet, enteignet und misshandelt. 1939 gelingt ihm die Flucht in das Exil in die Schweiz. Obwohl vier seiner Geschwister von den Nazis ermordet wurden, kehrt Landauer 1947 nach München zurück. In eine zerstörte Heimat, in der die Täter keine Reue zeigen. Doch Landauer bleibt im »Land der Mörder« und beginnt mit dem Wiederaufbau »seines« FC Bayern.

Winterbottom

Graham Morse
Sir Walter Winterbottom. 
The father of modern English football
London, John Blake, 2013
Scheda | Sito

Sir Walter Winterbottom was arguably the most influential man in modern English football. He is known as the first England team manager, but more than that he was an innovator of modern coaching, sports administrator and a man ahead of his time; a man who had a profound effect on English football and who laid the foundations for England's success in 1966. Walter managed them all, from Lawton to Charlton, and inspired many to become coaches: Ron Greenwood, Bill Nicholson, Jimmy Hill and Bobby Robson were amongst his disciples and took his gospel to the clubs they managed. Born in 1913, Winterbottom started out as a teacher and physical education instructor, playing amateur football in his spare time. He was soon signed up by Manchester United, playing his first game in 1936 and winning promotion to the First Division in 1938. A spinal ailment curtailed his career, but during World War II he served as an officer in the Royal Air Force before the FA appointed him as national director of coaching and England team manager in 1946. He remains the only manager to have taken the national side to more than two World Cup finals and was created an OBE in 1963 and a CBE in 1972 before being knighted in 1978. Walter died in 2002 but his legacy continues to inspire many in football today, especially with the opening of the new St George's Park football academy. With interviews and insight from top football names, this book - written by Winterbottom's son-in-law - also draws on personal diaries, photographs and letters. However, this is more than just a biography of one man - it's the story of how modern football came about.

Onorevole Giacomino, salute!

Gianfranco Civolani
Onorevole Giacomino. Vita e successi di Giacomo Bulgarelli
Bologna, Minerva, 2010
Scheda | Presentazione (video)

"Onorevole Giacomino, salute!". La frase, urlata nel megafono dal supertifoso Gino Villani, è la traccia dello specialissimo rapporto fra Bologna e il suo capitano. Quando Giacomo "sputato dalla terra natia", come direbbe il poeta Umberto Saba, usciva dalla scaletta degli spogliatoi, il primo tributo era per lui. Un grido di battaglia e di incoraggiamento ma anche un omaggio sentito al figlio più amato di questa città. Nato a Medicina in provincia di Bologna, studente di liceo classico al San Luigi, occhi cerulei e riga fra i capelli, come usava in quegli anni, Bulgarelli aveva la faccia pulita del bravo ragazzo ma anche il piglio del giovane playboy. Impossibile non amarlo, non sentirlo vicino: uno di noi, uno cresciuto a tagliatelle e scappellotti della mamma. Sul campo Giacomo era un grande centrocampista, un interno classico capace di spezzare il gioco avversario e inventare calcio con una facilità assoluta. Era l'uomo degli assist, dell'ultimo passaggio, un vero artista della rifinitura. Ma era anche un giocatore generoso, pieno di slancio e di sano agonismo. Non tirava mai indietro la gamba e non lo fece neppure nella notte di Italia-Corea del Nord, ai mondiali del '66, quando il suo infortunio condannò la nazionale di Edmondo Fabbri a un'ingloriosa sconfitta firmata da Pak Doo Ik. Nel calcio italiano era il tempo degli "abatini", come li chiamava Gianni Brera, di Rivera e Mazzola. Bulgarelli era terzo ma per completezza tecnica e qualità atletiche meritava di essere il primo dei tre.

The Stanley Show

Jon Henderson
The Wizard. The life of Stanley Matthews
London, Yellow Jersey Press, 2013
Scheda | Estratto

Recensioni 
Blake Morrison (The Guardian)
Simon Redfern (The Independent)
David Robson (The Telegraph)
Annabel Venning (Daily Mail)

‘Stanley Matthews taught us the way football should be played’ (Pelé).
'I couldn't believe he was just a man. He was the best player in the world' (Bobby Charlton)
'He told me that he used to play for just twenty pounds a week. Today he would be worth all the money in the Bank of England' (Gianfranco Zola).

Stanley Matthews is one of the most famous footballers ever to play the beautiful game. Nicknamed ‘The Wizard of Dribble’ for his deadly skills, he made fools of defenders around the world. He played 84 matches for England in a career that spanned an extraordinary 33 years and such was his popularity that attendance for his club teams, Stoke City and Blackpool, more than doubled when he played. He was a global superstar decades before Beckham, Ronaldo or Messi, yet what do we really know about this legendary man?

This first full and objective biography looks beyond the public face of the ‘first gentleman of soccer’ to explore a life not without controversy. This was a player who clashed with his managers, who felt undervalued in the age of the maximum wage – leading to a charge of blackmarketeering – and who was criticised for his showmanship and perceived lack of team spirit. There were private dramas too – an unhappy first marriage that produced two beloved children, and a second, to the love of his life, a Czech with a dark secret even Matthews never knew and which acclaimed biographer Jon Henderson reveals for the first time.

Recreating the magic on the pitch and analyzing the key moments that made Matthews great, this is a meticulously researched story of a national hero and a fascinating insight into English football in the 20th century.

Diamante nero

André Ribeiro
Diamante Negro. Biografia de Leônidas Da Silva
Jandira (SP), Cia. Dos Libros, 2010

Recensione (Literatura na Arquibancada)

Absoluto no futebol brasileiro nas décadas de 1930 e 1940, Leônidas da Silva é o personagem desta Biografia escrita pelo jornalista André Ribeiro. Negro, baixinho, insolente e pobre, Leônidas começou a jogar futebol em 1926 no São Cristóvão, time do subúrbio carioca. Passou pelo Sírio e Libanês e Bonsucesso, até chegar aos principais clubes do Rio de Janeiro. Foi campeão em todos: Botafogo, Vasco até tornar-se o mais popular craque do Flamengo. Em 1942 veio jogar pelo São Paulo, fixando-se aqui. Viveu glórias e fracassos, jogou nos gramados de vários países do mundo, foi disputado e desprezado, exaltado e perseguido, ganhou e perdeu dinheiro, virou nome de chocolate, fez comerciais, foi comentarista famoso e faleceu em 24 de janeiro de 2004.

Chapman

Stephen Studd
Herbert Chapman, Football Emperor
A study in the origins of modern soccer
London, Peter Owen, 1981
London, Souvenir Press Ltd. 1998
Scheda

Herbert Chapman (1878-1934) was the first, and perhaps the greatest, of the modern-style football managers. During the 1920s and ’30s, as manager of Huddersfield Town and Arsenal, he not only achieved an astonishing run of successes in the League Championship and the FA Cup, but transformed the manager’s role and led the way for such later legends as Matt Busby, Bill Shankly and Jock Stein.

Chapman was the first to make himself responsible for team selection, tactics and buying and selling players, and to arrange specialist medical treatment for the players and improved facilities for spectators. He was also the first to fly his teams to matches abroad and to suggest the use of floodlights for evening matches. Many of these practices we now take for granted, but at the time they were revolutionary. Through them Chapman changed the face of English football.

This detailed account of Chapman’s career, illustrated with many important archive photographs, is not only a gripping success story, but a fascinating study of how football came of age. Beginning in a world of roped enclosures and a game dominated by the amateur spirit, it moves on by way of Huddersfield (Cup-winners in 1922, League champions in 1925) to end with the legendary Arsenal team of the 1930s – Cup-winners in 1930, League champions in 1931, 1933, 1934 and 1935. Chapman’s sides, whilst containing great individual stars such as Alex James, David Jack, Cliff Bastin and Eddie Hapgood, were above all teams moulded by his professionalism into a single, organic unit of thrilling and devastating efficiency.

Un coro per il vecio

Em Bycicleta - Presidio di fabulazione sportiva
Un coro per il vecio
Diciannove voci per Enzo Bearzot
Trento, Edizioni Curcu & Genovese, 2008
Scheda

Racconti e ricordi di quelli di "Em bycicleta, presidio di fabulazione sportiva"; una poesia di Franco Loi; un’intervista di Gianni Mura. Tutt’insieme fanno un coro, diciannove voci per Enzo Bearzot, il Grande Vecio del calcio italiano. Tutt’insieme fanno un libro, che è anche regalo per gli ottant’anni del Commissario Tecnico che nel 1982 portò l’Italia sul tetto del mondo. Enzo Bearzot, friulano, è nato il 26 settembre del 1927. È stato calciatore di lungo corso, mediano ruvido, con qualche licenza di scorreria sulle fasce: Pro Gorizia, Inter, Catania, Torino. In tutto, 422 partire, 251 in serie A. Poi, allenatore. Dapprima l’apprendistato sulla panchina del Torino a fianco di Nereo Rocco, poi una lunga trafila sulle panchine federali, a partire dalle giovanili. Nel 1975 diventa Commissario Tecnico della nazionale maggiore, assieme a Fulvio Bernardini. I primi e importanti frutti del suo lavoro li raccoglie ai Mondiali del 1978, in Argentina: un quarto posto, con la sua nazionale forse più bella. Il miracolo avviene in Spagna nel 1982, con la vittoria in quello che è passato alla storia come il Mundial per antonomasia. Un successo costruito sulla tecnica e sulla tattica, ma soprattutto sulla forza morale del gruppo. Diciannove voci raccontano Enzo Bearzot. Con affetto non episodico.

Presentazione del libro (Milano, 29 gennaio 2008, osteria "La Madonnina")

Il generale vittorioso

Gigi Garanzini
Il romanzo del vecio
Enzo Bearzot, una vita in contropiede
Prefazione di Indro Montanelli
Milano, Baldini & Castoldi, 1997
Scheda

L’Italia è scarsa quanto a generali. Non che manchino personaggi capaci di proclamarsi tali. In questo senso ce ne sono anche troppi e con grandi pretese. Ma che sappiano poi fare veramente i generali, ovvero comandare e vincere, è un altro discorso. Di vittorie ne hanno colte poche, perché le nostre guerre sono sempre state confuse e non si è quasi mai capito da che parte si stesse, avendo avuto persino modo di cambiar gli alleati in corsa, che non è un gran bel comportamento. Ma almeno un generale vittorioso lo abbiamo avuto. Si chiamava Enzo Bearzot e ha vinto la campagna di Spagna dell’82, battendo tutti. Queste sue memorie costituiscono non solo la rassegna di un mondiale di calcio, ma anche un pezzo di storia d’Italia.

Il Ragno nero

Mario Alessandro Curletto, Romano Lupi
Jašin
Vita di un portiere
Genova, Il Melangolo, 2014

Jašin, figlio del suo tempo, come da adolescente aveva svolto in fabbrica, al massimo delle proprie possibilità, le mansioni di tornitore, così si comportava nello sport, avvertendo un ulteriore senso di responsabilità nel mantenere alto, non tanto il proprio prestigio di personaggio pubblico, quanto l’onore della propria società e l’onore della propria patria. Nonostante giocasse nel ruolo più individuale del calcio, il suo senso di appartenenza a qualcosa di infinitamente più grande di lui non venne mai meno. Condizione che, molto probabilmente, ha contribuito a farlo diventare, oltre che, a detta di molti, il portiere più forte di ogni tempo, una personalità irripetibile nel mondo del calcio.

Ultimo hombre vertical

Luca Pisapia
Gigi Riva
Ultimo hombre vertical 
Arezzo, Limina, 2012

Segnalazioni e recensioni: Rovesciata volante | Fùtbologia | Corriere dello Sport
Intervista all'autore

Qui si narrano le imprese di Gigi Riva: eroe dell'immaginario collettivo italiano negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, protagonista dell'unico Europeo vinto dagli azzurri (nell'anno di grazia delle utopie, il 1968), demiurgo che plasma la realtà di un Paese che, nel volgere di un decennio, conosce il benessere e assapora il riscatto, si abbandona all'illusione del sogno e infine precipita nell'incubo. Figura ieratica, enigmatica e silenziosa, il cui volto imperturbabile e imperscrutabile racchiude in sé tutta la gamma di espressioni necessarie e ogni sfumatura delle emozioni possibili, Riva non è solo il calciatore che guida il Cagliari a un incredibile scudetto, è anche il condottiero rivoluzionario che attraverso il calcio guida la riscossa di quell'alchemico athanor incandescente chiamato Sardegna. Come lo Straniero Senza Nome, Django, Silenzio, Cuchillo, Armonica o El Chuncho, suoi contemporanei e protagonisti della gloriosa epoca degli Spaghetti Western, Gigi Riva, pistolero solitario e silenzioso dagli occhi di ghiaccio e dal sinistro esplosivo, è l'ultimo hombre vertical: eroe tragico la cui determinazione a portare a compimento il proprio incarico è pari solo alla perseveranza nel combattere inutilmente contro i mulini a vento di un destino che non si è scelto.

Canto del cigno

Andrea Scanzi
Canto del cigno
Gol, gesti e bellezza in Van Basten
Arezzo, Limina, 2004 
Scheda | Recensione (L'Unità)


Canto del cigno è il primo e unico libro italiano su Marco Van Basten. L’autore ne ripercorre interamente la carriera. Partendo da tre strane teorie: Van Basten sapeva precipitare; Van Basten era un ottimo cercatore di cavalli; Van Basten non esisteva. Ne nasce molto più di una semplice biografia. Un canto, piuttosto. Le gesta di Van Basten recuperano tutta la loro bellezza. Dal gol a Dasaev alla quadripletta al Göteborg, dal colpo di testa al Real Madrid alla prestazione contro l’Olimpia Asunción. Emerge l’assoluta eleganza di un giocatore impossibilitato ad avere eredi.

Nel libro trova poi spazio il dolore. Le sconfitte, i rari errori. L’ultima partita, a neanche 29 anni. 
L’autore fa sì che Van Basten non sia mai solo. Nel corso delle pagine si alternano uomini di epoche e ruoli diversi, quasi a comporre un romanzo polifonico (o una partitura concertistica), in un rimando caleidoscopico di suggestioni letterarie, pittoriche, storiche. Musicali. Ecco allora sfilare, accanto a calciatori e allenatori, Van Gogh, Mondrian, Cruyff. Salinger, Marías, Vázquez Montalbán. Jarrett, Vonnegut, Dimitrijevic. Springsteen, Edberg, Amleto. E Carmelo Bene, vero controcanto del libro, che amò Van Basten al punto da definirlo «il più grande calciatore di tutti i tempi». E che, parlando del suo addio, scrisse: «Il lutto per il suo ritiro anticipato mai si estinguerà». Parole che l’autore fa interamente sue.

I giorni di Rombodituono

Paolo Gabriele
I giorni di Gigi Riva
Una storia da raccontare
Cagliari, Aipsa, 2012
Scheda (con anteprima dal Prologo) | Presentazione (video)


"Gigi Riva è un nome divenuto leggenda del Calcio italiano, il contrassegno di un pezzo di storia felice dello sport e del costume nazionale. La sua immagine epica e la personale interpretazione del proprio mito, del quale non fu mai prigioniero, sono state per decenni fonte d’ispirazione per la letteratura sportiva del nostro Paese. Resta ancora, attraverso il tempo e la memoria, il calciatore che più d’ogni altro ha incarnato l’essenza stessa del gioco del calcio: il goal. Come lui, nessuno ha raccolto consensi, ammirazione e affetto, geograficamente tanto vasti tra il folto e appassionato, e fin troppo campanilista, popolo dei calciofili. È stato il campione di tutti, pur indossando, nella sua carriera, unicamente la maglia del Cagliari, oltre, ovviamente, quella della Nazionale di cui è divenuto l’inarrivabile capocannoniere" (dal Prologo).