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Cerrado por fútbol

Eduardo Galeano
Cerrado por fútbol
Madrid, Siglo XXI España Editores, 2018
Scheda


Este libro reúne todos los textos que Galeano escribió sobre fútbol, la mayoría dispersos en su obra publicada, pero también varios inéditos y verdaderos hallazgos, como la crónica en la que, con sólo 23 años, llama «traidor» al Che Guevara en persona por haber adquirido en Cuba la pasión por el béisbol. Las páginas proponen un recorrido por la historia del fútbol, desde la época en que un jugador recibía una vaca por cada gol hasta el tiempo de los jugadores multimillonarios agobiados por el éxito, pasando por el relato de los diez futbolistas que se pintaron la cara de negro en solidaridad con su compañero discriminado por la hinchada; también hablan de Maradona, «el hombre que no podía vivir sin la fama que no lo dejaba vivir», y de Zidane, que en su último partido embistió a un rival y se retiró expulsado de un mundial mediocre.

Eduardo Galeano creía que el fútbol expresaba «emociones colectivas», esas que generan «fiesta compartida o compartido naufragio, y existen sin dar explicaciones ni pedir disculpas». De esas pasiones habla Cerrado por fútbol.

Vincere o morire

Enrico Brizzi
Vincere o morire
Gli assi del calcio in camicia nera (1926-1938)
Roma, Laterza, 2016
Scheda
Indice


Due mondiali vinti e una medaglia d’oro nell’Olimpiade del 1936. Campioni indimenticabili come Schiavio e Orsi, Meazza e Piola.

A partire dal 1926, la storia del calcio italiano e quella del regime s’intrecciano in maniera indissolubile: il ras romagnolo Leandro Arpinati diventa il dominus di uno sport che esce dal suo periodo pionieristico e assurge a passione nazionale. Sono stagioni trionfali per il Torino del ‘Trio delle meraviglie’ e per la Juventus del ‘Quinquennio d’oro’, per l’Ambrosiana di Meazza e per il Bologna ‘che tremare il mondo fa’; sono gli anni della Roma ‘testaccina’ e della Lazio di Silvio Piola, protagoniste di derby infuocati e determinate a portare il primo scudetto nella capitale.
A marcare l’epica del calcio italiano arrivano, sollecitati con forza dalla dittatura, i grandi trionfi degli Azzurri: i titoli mondiali del 1934 e del 1938, e quello olimpico ottenuto nel 1936. Pozzo e Schiavio, Baloncieri e Ferraris IV, Cesarini e Borel diventano in queste pagine personaggi a tutto tondo, e intrecciano i loro destini con quelli di gerarchi, dame, attrici e intellettuali dell’epoca – da D’Annunzio a Malaparte, da Emilio Lussu a Carlo Rosselli.
Un affresco che fa rivivere, tra fasti e contraddizioni, il fatale inclinarsi di una società conformista verso il disastro della seconda guerra mondiale.

Tempi supplementari

Darwin Pastorin
Tempi supplementari
Partite vinte, partite perse
Milano, Feltrinelli, 2002
Scheda | Anteprima

Calcio, ancora calcio. Ma intriso di memorie famigliari di memorie storiche di memorie letterarie. Le ossessioni di un cronista sportivo innamorato del pallone, della virtù sportiva e degli eroi che hanno fatto grande la storia del football. Pastorin ha ordito una struttura che rammenta (anzi cita) i tempi e i modi di una partita di calcio, ma non è scrittore che si arresta alla "geometria" del calcio. Eccolo allora compulsare la Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera, fare di Maradona un filosofo del nostro tempo, discettare di football e teatro faccia a faccia con l’interista Giuseppe Cederna, condividere con Gianni Vattimo la sconfitta della Juve contro il Bilbao nella finale di ritorno della Coppa Uefa, commuoversi per la morte di De André, "anatomizzare" il gol in una piccola succosa storia della palla in rete, ordire considerazioni difficili sul difficile ruolo dell’allenatore. E poi c’è il mondo: il mondo in guerra (la ex Iugoslavia, ma anche il conflitto più recente in Medio Oriente), il mondo che non trova, letteralmente, la pace, e Pastorin, dal suo angolo prospettico guarda, osserva e si augura che lo sport – universale com'è – possa fare qualcosa. Ci sono in fondo dei "tempi supplementari" anche nella vita, anche nella vita civile: e il risultato da portare a casa in extremis è la speranza.

Un vizio (colto)

Massimo Raffaeli
Sivori, un vizio
Ancona, Italic Pequod, 2010
Scheda


Gli eccessi del calcio di oggi, la sua stessa invadenza ed ipervisibilità, possono indurre nella tentazione della nostalgia per il gioco di ieri, quando il calcio era uno sport di massa ma non ancora uno spettacolo televisivo esclusivamente sostenuto dal business. Non è la nostalgia ma il recupero ostinato di antiche emozioni a giustificare questo libro che incrocia di continuo il calcio e la letteratura. Il mito di Omar Sivori e degli “angeli dalla faccia sporca”, il Grande Torino, l’Inter di Herrera, il Milan di Nereo Rocco e Gianni Rivera, antiche fisionomie di campioni e di oscuri comprimari, qui si legano ai testi di scrittori e giornalisti che nel corso di un secolo, ormai, hanno saputo raccontare il calcio come un luogo cruciale dell’immaginario nazionale e della cosiddetta identità italiana, da Gianni Brera e Mario Soldati a Salvatore Bruno e Giovanni Arpino. Composto a mosaico, scritto in uno stile secco e tagliente, “Sivori, un vizio” rappresenta un omaggio alla duplice passione che è all’origine di una stessa vocazione critica, dove si incontrano in retrospettiva, come si trattasse dei frammenti di un romanzo di formazione, la Juve del grande Omar, la Lazio allo stadio Flaminio, immagini di Luigi Riva e Giacinto Facchetti insieme con le pagine di alcuni fra gli autori più amati, Pier Paolo Pasolini e Vittorio Sereni.

Recensioni:
Corrado Stajano, "Corriere della sera"
Andrea Caterini, "Stilos"

Il fuorigioco

Luciano Bianciardi
Il fuorigioco mi sta antipatico
Il calcio, i politici, gli intellettuali, l'Italia tra il boom e gli anni di piombo, nelle risposte ai lettori del "Guerin Sportivo"
Viterbo, Stampa Alternativa, 2006
Scheda

"Il fuori gioco mi sta antipatico, come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio". "Il divorzio, di qualunque tipo, è un rattoppo su qualcosa di finito male. La battaglia per il divorzio è una battaglia di retrovia. Occorre battersi contro il matrimonio". "Se vogliamo che le cose cambino, occorre occupare le banche e far saltare la televisione. Non c’è altra possibile soluzione rivoluzionaria". Riproposta per la prima volta completa la corrispondenza con i lettori che Bianciardi tenne dal 1970 al giorno della sua morte sul “Guerin Sportivo”, diretto allora dal mitico Gianni Brera. Ancor più che nei suoi romanzi, con la stessa drammaticità di Pasolini, ma con più nitore, viene fuori la summa del pensiero bianciardiano, la sua utopia visionaria ed anarchica, la sua denuncia dei mali della società del benessere e dei consumi. Probabilmente si tratta del vero e completo testamento morale, politico e sociale di Bianciardi, oggi leggibile come un manuale per la comprensione del nostro mondo e per la prevenzione degli errori e dei mali che lo affliggono: a partire dal calcio, per coinvolgere tutta la società.

Recensioni
Carlo Santulli , Scriptorium
Storie di Calcio

Il calcio secondo Valdano

Jorge Valdano
Le undici virtù del leader
Il calcio come scuola di vita
Prefazione di Gianni Mura
Milano, Isbn Edizioni, 2014
Scheda | Anteprima

Los 11 poderes del líder
El fútbol como escuela de vida
Barcelona, Conecta, 2013
Scheda

Il "filosofo del calcio" Jorge Valdano trasforma il mondo del pallone in osservatorio privilegiato per una riflessione sulla figura del vero leader, sulle sue qualità umane e morali, sul suo ruolo carismatico all'interno di un gruppo. La credibilità, la speranza, la passione, lo stile, la parola, la curiosità, l'umiltà, il talento, la fedeltà allo spogliatoio, la semplicità e il successo sono le virtù necessarie per trascinare un team alla conquista di grandi vittorie, sia sportive che professionali. Il leader così tratteggiato assume i connotati di diverse personalità, da Guardiola a Ferguson, da Zanetti a Di Stèfano, da Sòcrates a Cèsar Luis Menotti, accomunate dal desiderio di emergere attraverso comportamenti inappuntabili e degni di rispetto e ammirazione. Lontano dal mantra del "risultato a ogni costo", insofferente ai leader tirannici e ai campioni individualisti, l'ex allenatore e dirigente argentino tenta di indicare una via al successo più virtuosa e meritevole di stima, forse più ardua ma certamente più duratura. In parte storia e teoria del calcio, in parte memoir, in parte manuale di management, questo testo è destinato a diventare un classico multidisciplinare da leggere e rileggere: una moderna Arte Della Guerra di Sun Tzu, dove il pallone prende il posto della spada.

Jorge Valdano parte de la idea de que todo equipo es “un estado de ánimo” y expone cuáles son, desde su punto de vista, las características necesarias, los poderes, de un líder que se encuentre al frente de un equipo de alto rendimiento. El fútbol es un juego tan poderoso que tiende puentes con la sociedad, con la cultura, con la comunicación y, como demuestra este libro a través de múltiples ejemplos, también con la empresa. Valdano aprovecha experiencias del ámbito del deporte para hablar de liderazgo, trabajo en equipo, motivación y todo lo que agita a un equipo de alta competición. A través de once grandes valores (la credibilidad, la esperanza, la pasión, la humildad, el estilo, la palabra, la curiosidad, el talento, el vestuario, la simpleza y el éxito), ejemplificados por entrenadores, jugadores y momentos dramáticos del deporte que mueve el mundo, el autor resume los elementos claves del liderazgo en el siglo XXI.

A Red Saint

David Peace
Red or Dead
London, Faber and Faber, 2013
Scheda | Anteprima | Letture dell'autore: 01 - 02 | Estratto video

"I have written about corruption, I've written about crime, I've written about bad men and I've written about the demons. But now I've had enough of the bad men and the demons. Now I want to write about a good man. And a saint. A Red Saint. Bill Shankly was not just a great football manager. Bill Shankly was one of the greatest men who ever lived. And the supporters of Liverpool Football Club, and the people of Liverpool the city, know that and remember him. But many people outside of football, outside of Liverpool, do not know or do not remember him. And now – more than ever – it's time everybody knew about Bill Shankly. About what he achieved, about what he believed. And how he led his life. Not for himself, for other people". 

In 1959, Liverpool Football Club were in the Second Division. Liverpool Football Club had never won the FA Cup. Fifteen seasons later, Liverpool Football Club had won three League titles, two FA Cups and the UEFA Cup. Liverpool Football Club had become the most consistently successful team in England. And the most passionately supported club. Their manager was revered as a god. Destined for immortality. Their manager was Bill Shankly. His job was his life. His life was football. His football a form of socialism. Bill Shankly inspired people. Bill Shankly transformed people. The players and the supporters. His legacy would reverberate through the ages. In 1974, Liverpool Football Club and Bill Shankly stood on the verge of even greater success. In England and in Europe. But in 1974, Bill Shankly shocked Liverpool and football. Bill Shankly resigned. Bill Shankly retired. Red or Dead is the story of the rise of Liverpool Football Club and Bill Shankly. And the story of the retirement of Bill Shankly. Of one man and his work. And of the man after that work. A man in two halves. Home and away. Red or dead.

Recensioni: Simon Kuper, Financial Times (critica) | Jonathan Wilson, The New Statesman (equilibrata) | Frank Cottrell Boyce, The Observer (entusiastica) | Altre | Lo speciale del Guardian (sub datis Aug 2013)

Memoria e sogno

Darwin Pastorin
Ti ricordi, Baggio, quel rigore?
Memoria e sogno dei Mondiali di Calcio
Roma, Donzelli, 1998
Scheda | Anteprima

Pasadena, '94. Italia e Brasile sono in finale e Baggio deve calciare il suo rigore. Cosa gli passa per la testa, in quell'attimo? E che cosa passa per la testa a tutti noi, a ciascuno di noi che lo guardiamo? Ora, tutti sappiamo come è andata a finire. Ma per quale fattura, per quale magia Baggio, di fronte al portiere brasiliano Taffarel, ha combinato quello che ha combinato? L'autore di questo libro - un brasiliano che vive in Italia e che racconta il pallone con la stessa abilità con cui Garrincha lo toccava - dilata il senso di quel rigore, di quella partita, di quel mondiale. E, affidandosi alla propria storia e alle mille storie altrui, «convoca», in un match che somiglia maledettamente alla vita, Bearzot e Paolo Rossi, Tabucchi e Camus, Arpino e Soriano, Zico e Maradona. In palio ci sono i sentimenti, le passioni, le memorie. Un ragazzo che desiderava diventare un grande centravanti come Pietro Anastasi, e che si ritrova a inseguire - del pallone - i segni, le metafore, i sogni. Tutti i mondiali, a memoria. Tutte le partite. Tutti i risultati. Tutte le formazioni. Una mole mostruosa di dati condivisi, su cui ci si interroga a vicenda, per vedere chi è più bravo. Ma alla fine, nel fondo del cuore, ognuno ha il «suo» mondiale: guai a chi glielo tocca.

Recensione di di A. Papuzzi, "L'Indice" (1998)

Un mese indimenticabile

Mario Soldati
ah! il Mundial!
Palermo, Sellerio, 2008
Scheda

Ai Mondiali del 1982 Mario Soldati andò quasi per caso. Fu una idea di Alberto Cavallari, allora direttore del Corriere della Sera. "Mi aveva detto che dovevo - cosa per me nuovissima - scrivere un articolo al giorno per tutta la durata del mio servizio". Soldati si ritrovò così a 75 anni nella veste inedita di corrispondente sportivo. Fu un mese indimenticabile, per lui e per i lettori del quotidiano. Partì quasi in sordina, non sembrava un tipo da emozionarsi. Il primo incontro è con Bearzot, gli parve onesto, serio, un severo funzionario di stile mitteleuropeo, un personaggio di Joseph Roth, scrisse. Ma Soldati fa presto a scoprirsi tifoso. Sin dalla prima partita, "non avrei mai creduto di soffrire così per la nostra nazionale", dice dopo lo 0 a 0 di Italia-Polonia. Il giorno prima è andato a trovare i giocatori polacchi nel loro ritiro, li ha visti tesi, preoccupati, si è commosso al punto quasi da augurarsi una loro vittoria. Ma una volta in campo tutto cambia, ogni ondeggiamento svanisce: Soldati segue con ardore le guizzanti manovre degli azzurri, smania perché un soffio di fortuna aiuti il pallone a entrare in porta, urla di rabbia. Da commentatore distaccato diventa un esperto, si indispettisce per il comportamento di Paolo Rossi che vuole tener palla, è pronto a dare lui la formazione.

Il niente verbale

Vittorio Sermonti
Dov'è la Vittoria?
Cronaca delle cronache dei Mondiali di Spagna 1982
Milano, Bompiani, 2004

Uscito nel 1983, dopo i Mondiali di calcio del 1982, questo libro rimane ancora indispensabile per capire qualcosa in più dell'Italia e degli italiani, la loro (a volte) sfrontata attitudine al successo e la loro (spesso) incredibile libidine di sconfitta o forse soltanto di lagna. Archivio meticoloso dell'ingente mole di carta che ha accompagnato e commentato la vittoria della nazionale di calcio al Mondiale di Spagna, il libro inaugura un nuovo genere letterario, l'analisi documentata e ragionata del niente verbale, e riesce a infilare nella stessa sequenza i fotogrammi della vittoria e della festa con i giudizi che hanno rischiato di oscurarle.

La poetica del catenaccio

Massimo Raffaeli
La poetica del catenaccio
Ancona, Italic Pequod, 2013

Scheda
Intervista all'autore (GS, di Giovanni Tarantino, 23 ottobre 2013)

La letteratura e il gioco del calcio sono linguaggi apparentemente inconciliabili ma sanno produrre talvolta delle combinazioni straordinarie: rilevarle, interpretarle, mostrarne il lato segreto e imprevedibile, è l'intento di un critico letterario che con questo libro chiude la trilogia inaugurata da "L'angelo più malinconico" (2005) e proseguita con "Sivori, un vizio" (2010). Ancora una volta, si incrociano i volti di antichi o nuovi campioni (Meazza, Riva, Ibrahimovic, Messi) le pagine del giornalismo militante e della grande letteratura, da Giovanni Arpino a Gianni Brera, da Umberto Saba e Giovanni Giudici a Pier Paolo Pasolini. Composto a mosaico coi frammenti di un romanzo di formazione, scritto in uno stile secco e pungente, "La poetica del catenaccio" testimonia la passione umanistica, ostinata senza essere nostalgica, per un gioco che oggi rischia di non essere più un gioco e nemmeno uno sport ma soltanto lo spettacolo televisivo che propaga i riti di una religione tribale. Anche per questo è un libro che va in direzione contraria, da leggere come un antidoto al Pensiero Unico che attualmente domina non solo il gioco del calcio ma anche la letteratura.

La vita è rotonda

Vladimir Dimitrijević
La vie est un ballon rond
Paris, Éditions de Fallois, 1998

Traduzione italiana
La vita è un pallone rotondo
Milano, Adelphi, 2000
Scheda

Le sport aura été, avec le cinéma, une des plus belles inventions de notre siècle. Né en Grèce, disparu pendant deux mille ans, redécouvert par les Anglais à la fin du dix-neuvième, il a peu à peu conquis tous les publics et tous les pays. Une conquête magnifique - et pacifique. Il a résisté à tout. À la télévision, qui banalise. À l'argent, qui corrompt. Il a fait triompher, contre ces deux plaies de la vie moderne, ses évidences : la vérité contre l'artifice, le courage vrai, le dépassement de soi, l'esprit d'équipe. Chaque jour, il nous rappelle le message de la Grèce : le monde est plein de merveilles, mais la merveille des merveilles, c'est l'Homme. Il a eu ses peintres et ses poètes, de Giraudoux à Hemingway, et de Paul Morand à Antoine Blondin. Sans oublier Montherlant, prince du style, grand parmi les grands, l'auteur du Paradis à l'ombre des épées et de Onze devant la porte dorée. Voici un livre qui prendra place à côté de ces deux chefs-d'œuvre. Vladimir Dimitrijević est aujourd'hui, avec Guy Roux, l'homme qui parle le mieux du football. Lui-même a pratiqué ce jeu depuis l'âge de dix ans, et a été obligé de s'arrêter à dix-huit, à la suite d'un accident. Il nous donne ici un essai lumineux, chaleureux, rempli d'analyses, d'anecdotes, de remarques techniques et psychologiques, de portraits, de souvenirs, sur le Sport-Roi du vingtième siècle. Il évoque les grands joueurs, les grandes équipes, les grandes époques. Et l'enfance, qui est l'âme du sport. Un texte où l'intelligence contribue à chaque instant à éclairer la passion.

Il calcio pone questioni assai ardue, che forse per la loro intrinseca difficoltà vengono spesso evitate – o mal risolte – nei libri. Per esempio: qual è il limite che accomuna calciatori come Pelé e Platini? Perché Beckenbauer è qualcosa di simile a un epigono di Paul Valéry? Perché questi tre esimi calciatori non reggono il confronto con Diego Armando Maradona? Perché alla finale Brasile-Italia di USA ’94 è mancata l’aura che in genere caratterizza tali cerimonie planetarie? Qual è la colpa esasperante di Helenio Herrera? Quali sono i danni del «calcisticamente corretto»? Per quale maledizione i giocatori brasiliani non sono più capaci di segnare goal «accarezzando la palla»? A cosa si deve la «sclerosi democratica» che annichilisce le partite nella paura e nella noia? E infine: è in grado il calcio, «il re dei giochi», di sopravvivere all’epoca della sua riproducibilità televisiva? Soltanto un uomo temerario e inclassificabile come Vladimir Dimitrijević poteva affrontare questi temi senza batter ciglio. Tanto più che fu grazie al calcio (era un promettente centrocampista) se, dopo un’avventurosa fuga dalla invivibile Jugoslavia degli anni Cinquanta, Dimitrijevic riuscì a ottenere un permesso di lavoro in Svizzera. Un permesso che gli consentì in seguito di fondare la casa editrice L’Âge d’Homme e di pubblicare molte meraviglie della cultura slava moderna, nonché autori improbabili ed essenziali come Albert Caraco.

Il Malafronte di mister Zoran

Manlio Cancogni
Il Mister
Roma, Fazi Editore, 2000
Scheda | Recensioni

Roma, quartiere Savoia, autunno del 1932. Una domenica mattina Ugo, un ragazzino come tanti, alle prese con problemi scolastici e familiari (una sorellina malaticcia, dei genitori sostanzialmente estranei, la bocciatura in tre materie che ha portato alla perdita dell’anno di scuola), assiste casualmente a un incontro di calcio tra due squadre rionali. Una di esse, il Malafronte, schiera nelle vesti di allenatore-giocatore lo slavo Vecto Zoran, enigmatico e affascinante personaggio di cui Ugo diventerà sostenitore appassionato. Ma è tutto un quartiere a riconoscersi in Zoran, ad assumere la sua figura carismatica e un po’ stramba (che ricorda vagamente un Pinocchio cresciuto, e in cui il lettore non faticherà a riconoscere i tratti di Zdenek Zeman) quale mezzo di riconoscimento di sé, di riscatto collettivo e presa di distanza dall’ufficialità fascista. Almeno fino a quando, ormai prossimi alla vittoria del torneo cittadino dell’U.L.I.C., i giocatori del Malafronte si ritrovano senza Zoran, scomparso in misteriose circostanze… Il Mister, basato su fatti realmente accaduti e reinventati sul filo che unisce memoria e letteratura, è un indimenticabile romanzo sul calcio e sulla vita, l’opera che rappresenta l’ideale prosecuzione del discorso narrativo iniziato dal precedente Lettere a Manhattan e segna un nuovo traguardo nella storia di uno dei nostri maggiori scrittori.

Una sensibilità perduta

Fernando Acitelli
Il tempo si marca a uomo
Arezzo, Limina, 2004
Scheda | Intervista all'autore (RAI)

Opporre all'offensiva del Tempo la vastità del ricordo la più sottile e la più fragile delle illusioni. In questa pretesa archeologica ampie zone della coscienza riemergono alla luce. Non mancano i personaggi che affrescarono quella vita lontana e d'essi, più che la voce, s'ammirano i tratti del viso, l'immobilità, lo stupore d'essere stati rintracciati. Una storia del football lunga un secolo, e in essa innumerevoli esistenze, sciatte ed eleganti ma sempre miti di sguardo, colte nel loro lieve smarrimento. E oltre: splendide vite minori. Misurarsi con un tempo chiuso, non più offensivo, un modo per allestire un altro luogo, parallelo alla vita, in cui si può passeggiare spensierati; allineando riflessioni su ciò che è stato, facile incontrare esistenze che da troppo tempo non figuravano più nel paesaggio del mondo.

Opposing to the offensive of Time the vastness of memory is the most subtle and fragile of illusions. In this archaeological claim wide regions of the conscience re-emerge. There are characters who painted this remote life and of them one can admire, besides the voice, the features of the face, the stillness, the wonder of having been traced. A century long story of football, and inside it countless lives, slovenly and smart but always with a mild glance, lives caught in their slight bewilderment. And beyond: glorious lesser life. Measuring one's skill against a closed, no more offensive, time is a way to mount another place, parallel to life, where one can stroll cheerfully; lining up thoughts about what was, it is easy to come across lives which since too much time were not there in the landscape.

La scienza eccentrica dell'individualismo

Edmondo Berselli
Il più mancino dei tiri
Milano, Mondadori, 1995
Scheda

Apparso nel 1995, "Il più mancino dei tiri" è diventato con gli anni un piccolo e ironico classico. Contiene una scienza eccentrica dell'individualismo, fatta di episodi famosi o famigerati, rivelatori o depistanti; a cui si aggiungono vita e azioni memorabili di certi campioni, a partire dal leggendario Mariolino Corso. È proprio del "piede sinistro di Dio" il gol anarchico, anzi eversivo, che dà il titolo al libro, e appone un sigillo a una filosofia politica. Perché il campo di gioco raccontato in queste pagine trasfigura una stagione di storia in un teatrino che ha per eroi i fuoriclasse e i gregari del pallone, ma non solo: accanto a Corso, Mazzola, Rivera, Riva compaiono in scena a tradimento Andreotti e Fanfani, Togliatti e Nenni, Gadda e Mina, in un intreccio che illustra perché non saranno gli schemi a salvare il mondo, ma semmai sarà un tiro molto mancino a riscattare il calcio, e la nostra vita.

Intervista a Mario Corso, La Repubblica

Dialogo sul calcio (e la visione)

Carmelo Bene, Enrico Ghezzi
Discorso su due piedi
(il calcio)
Milano, Bompiani, 1998

Il libro è la trascrizione e l'adattamento di una conversazione di un pomeriggio di fine marzo 1998 tra Carmelo Bene e Enrico Ghezzi. Si parla di calcio, ma non solo. Due personaggi geniali e fuori dai canoni dialogano sullo sport più popolare e amato.


enrico ghezzi - Una partita di calcio dura un'ora e mezza. Con l'intervallo, un'ora e quarantacinque, più o meno la durata standard hollywoodiana, europea, mondiale, fino agli anni Ottanta, di un film. Ho sempre trovato curiosa questa durata così vicina alla regola aurea del film. E mi ha sempre molto colpito, perché è una misura che eccede in ribasso le possibilità teatrali... Come vedi questa stranissima coincidenza?
Carmelo Bene - Ma è stato così da sempre. Non ce la fanno, credo. Non ce la farebbero a correre il campo. Credo che sia un fatto fisico, fisiologico.
e.g. - Ma era stato calcolato per esempio, anche sul cinema, che ci fosse una sorta di soglia di attenzione e di sopportazione media dello stare seduti a vedere uno spettacolo, tra l'ora e mezza e le due. Io non so tutte queste analisi su quali basi siano state compiute...
C.B. - È bene conoscere tutte le mie riserve sul cinema - io sono un iconoclasta, ma mai abbastanza infettato ... Nessuno calpesta più la pellicola, a nessuno fa paura, o la brucia ... Edoardo Fadini, in Il teatro senza spettacolo, dice: "Uno spettacolo di Bob Wilson può durare anche dodici ore, e questo è sopportabile. Uno spettacolo di Carmelo Bene, invece, anche se dura cinque minuti è insopportabile. Intollerabile." Anche in serie A ci sono cose da quarta serie ...
e.g. - ... anche nelle coppe.
C.B. - Nelle coppe soprattutto, dove c'è tanta noia ...
e.g. - Partivo dal tempo perché ho l'impressione che parleremo soprattutto di calcio visto in diretta o visto in televisione. Da quanto tempo non vedi una partita di calcio, in un campo?
C.B. - Da un paio d'anni. Perché prima, ogni tanto, seguivo.
e.g. - Andavi allo stadio?
C.B. - Andavo allo stadio perché mi interessavo di calcio. Dallo scudetto della Roma fino agli anni Ottanta. Lì soltanto hai la visione del fuorigioco, se una squadra è lunga o corta, se è un 4-4-2, un 4-5-1. Il calcio ha bisogno di un fish-eye, ha bisogno di un panoramico, di una telecamera come a San Siro, mi pare, al Meazza. Lì ce n'è una a quarantacinque metri, è centrale, perfetta. Vedi tutti i fuorigioco, le chiamata che faceva Franco Baresi. "Qua!" "Fora!" "Dentro!" "Drio!" La televisione segue la palla, invece. Tu della partita non vedi assolutamente niente.
e.g. - Ma è questione di regia... Di regia e di possibilità tecniche...
C.B. - Intanto bisognerebbe avere grandi schermi, grandi monitor... Almeno il trentotto pollici che ho io, il Mitsubishi. E è questione di un fatto anche tecnico, sì. Anche tecnico.
e.g. - Cioè, tu provi dolore o godimento particolare...
C.B. - Il giocatore senza palla, per me, equivale al giocatore senza mondo... E' colui che eccede il campione. Falcao, per esempio... Mentre Toninho Cerezo era un giocatore con la palla...
e.g. - ... portatore...
C.B. - ... portatore di palla. Quello senza palla...
e.g. - ... rischia di essere escluso...
C.B. - E' escluso! Anche se poi è quello che farà segnare il gol o lo marcherà all'improvviso. Però non vediamo la suite, ecco.
e.g. - Quindi per te la visione in televisione marca un'assenza di un godimento particolare, oppure ha i suoi godimenti?
C.B. - E' centrale. E' centrale il fatto della palla. Vi è che poi, essendo il novantanove per cento delle partite giocate mediocri, salvo qualche sprazzo, se ne avvantaggiano proprio in televisione ... perché seguendo la palla si ha già un movimento ... Non presentano l'orrore; l'orrore a partire da Aristotele appartiene al passato. Il terrore appartiene al futuro. Il presente cosa può avere? Come Macbeth, i vari miei Macbeth... Lo spavento ... Uno batte le mani. PAM! Ecco, questo è il presente: lo spavento. Anche nel cinema... Salvo in queste eccezioni dove il concetto di tempo viene annullato. Deleuze nel suo libro sul cinema dice "Le cinéma est image, et l'image est temps".

[...] e.g. – Ho l’impressione che accada come nel cinema. Sopravvivono i grandi film. E le cose invece più informi, le cose minori, le cose più piccole, alle quali la televisione conferisce un suo frame, una sua forma si perdono. Quanto è medio si perde. Pensa a una partita media.
C.B. – Sì, sì. Perché Romario nel campo non c’è più. E riesce ad essere freddo, fermo, in questo movimento, fermo, da singolo fotogramma … E poi li brucia. I portieri non si rendono conto, perché fa dei gol micidiali. È cinico. Ne scarta quattro con la palla calamitata al piede, e poi li mette nei posti più giusti, più impensati. C’è questo ghiaccio rovente …

[...] C.B. - Non rinunceranno a Romario, a costo di fargli fare un tempo, di punirlo, di cacciarlo quando se ne sta con le mani sui fianchi, ma l'immediato io – da che vedo il calcio, da più di quarant'anni – l'ho visto solo in Romario.
e.g. - Sono d'accordo, io l'ho visto in quell'azione. Mi viene in mente la parola "velo", che non c'entra nulla. Però è come se avesse squarciato un velo con un altro velo. Perché proprio non si è visto.
e.g. - Secondo me Romario è un'extraimmagine, nel senso che parliamo addirittura di allenatori, del set della partita ...
C.B. - Perché Romario è il più grande? Perché appunto è capace di una cosa, del quid che più conta: l'immediato. E' capace dell'immediato. E' capace dell'immediato ... Quando gioca il Brasile è il solo capace di immediato, dell'atto, non più dell'azione, ma dell'atto.
e.g. - Io ricordo la finale Brasile-Italia, dove non potevo che essere per il Brasile, e sono stati d'accordo con me Baggio e Baresi, sbagliando e disperandosi...
C.B. - Perché hanno sbagliato?
e.g. - Perché in fondo sono brasiliani... Insomma, io ho questa teoria: loro dovevano sbagliare, nei rigori. Perché quella partita, che era finita in parità, aveva mostrato una cosa, una sola cosa, incredibile: Romario, dopo una punizione - c'era rimasta quasi una barriera, quattro giocatori in linea, strettissimi, c'era lui con la palla, c'erano dietro altri difensori, e il portiere, improvvisamente - e ti assicuro che non si è visto in replay... c'è stato il replay dopo, perché è stato un quasi-gol - improvvisamente lui, che prima era davanti a questi giocatori, dopo una frazione di secondo si è trovato dall'altra parte, e non si è visto dov'è passata la palla. Non si è visto. Sembrava che si fosse smaterializzato e rimaterializzato dall'altra parte... Non ha fatto gol. L'ha buttata così, la palla...
C.B. - Nemmeno gli avversari la vedono, la palla, con Romario. Dove passi la palla, i centrali, i difensori, non la vedono.
e.g. - Questa cosa per me è stata la più bella di tutti i mondiali. Una cosa assolutamente invisibile. E invisibile (che bello!) anche di fronte a un replay.
C.B. - Questo è l'immediato di Romario; quando sull'1-2 segna, bruciante al limite dell'area, lì siamo nell'immediato...
e.g. - E' come un flash...
C.B. - ... non è più l'azione...
e.g. - ... è come un flash: talmente veloce che è fermo.
C.B. - E' fermo. E' immobile.
e.g. - E' come uno che ha appena fatto il giro del mondo: è ritornato ed è dall'altra parte. Si è spostato di mezzo metro. Non lo sai come ha fatto.

Una religione alla ricerca del suo dio

Manuel Vázquez Montalbán
Fútbol. Una religión en busca de un dios
Barcelona, Debolsillo, 2006 (seconda edizione)
Traduzione italiana:
Calcio. Una religione alla ricerca del suo dio
Milano, Frassinelli, 1998

In biblioteca: edizione italiana - edizione spagnola

Stadi come cattedrali, tifosi in adorazione dei colori di una squadra, e i nuovi protagonisti del pallone sempre più innalzati alla categoria di dei. E' il calcio la religione laica del Duemila? Quanto può essere condizionata dal mercato? Pericoli, glorie e prospettive dello "sport più bello del mondo" in un'analisi lucidamente nuova e precisa.

Estadios que son como catedrales, aficionados que adoran los colores de su equipo y los nuevos protagonistas del balón, cada día más encumbrados a la categoría de dioses. ¿Es el fútbol la religión del siglo XXI? ¿Hasta qué punto se ve condicionado por el mercado? Manuel Vázquez Montalbán explora los peligros, la gloria y el futuro del "más bello deporte del mundo" en un análisis lúcido, mordaz y único, como sólo podría salir de su pluma. El libro se articula en dos partes diferenciadas. Una primera parte en la que el autor expone una teoría general del fútbol como una religión diseñada por la FIFA y por las multinacionales y del futbolista como ídolo en la sociedad de masas. Si en el pasado los "dioses" del fútbol ueron Di Stéfano, Pelé, Cruiff y Maradona, ahora se echan en falta divinidades que les den el relevo. La segunda parte es una selección temática de los mejores artículos sobre fútbol escritos por Montalbán. Retratos de jugadores, presidentes, árbitros o periodistas deportivos, pasando por secciones dedicadas al Barcelona, al Madrid y a otros temas relacionados con la política.

Intervista ad Antonio Gnoli, La Repubblica, 9 giugno 1998.
Intervista ad Alessandro Zaccuri, Avvenire, 2 agosto 1998.
Intervista a Massimo Vincenzi, La Repubblica, 19 settembre 2003.
Intervista ad Alessandro Gori, Fútbologia, 1997 (2013).

Futbolandia

Jorge Valdano
El miedo escénico y otras hierbas
Madrid, Aguilar, 2002

Traduzione italiana:
Il sogno di Futbolandia
Appunti di vita e di calcio

Milano, Mondadori, 2004

Calciatore, allenatore, dirigente, scrittore e giornalista, Valdano è uno dei protagonisti del mondo del pallone; negli ultimi anni si è affermato anche come osservatore del fenomeno-calcio, del quale ci ha mostrato aspetti inediti e dettagli spesso trascurati, rivelandosi tra l'altro scrittore capace di scegliere i tempi, le parole, i modi letterari. Ma soprattutto Valdano è un uomo che conosce la forza dei sogni, e il loro farsi realtà, il loro divenire ricordi. "Il sogno di Futbolandia", attraverso le sue prose giornalistiche, ci offre il ritratto di un calcio che non c'è più ma in cui continuiamo a sperare: quel gioco fatto di bellezza, generosità, sentimenti che ha la forza di un antidoto al calcio "geneticamente modificato" dei nostri giorni.

Recensione
Emanuela Audisio, La Repubblica